Il gioco d’azzardo patologico, si configura come un problema caratterizzato da una graduale perdita di controllo e di conseguenza si realizza nell’incapacità di riuscire a controllarsi o ad auto limitarsi. È una della prime forme di “dipendenza senza sostanza” studiate ed approfondite dalla psicologia.

Questo meccanismo conduce la persona in un circolo vizioso che finisce per assorbire i suoi sistemi personali, familiari, relazionali e professionali. Nella più nefasta delle situazioni, a commettere reati o anche al suicidio.

Per il giocatore d’azzardo problematico o patologico, tenersi lontano dal gioco è difficile se non impossibile, poiché è una dipendenza e, come tale basata su circuiti del piacere (il centro del piacere è formato da varie zone cerebrali specifiche, come l’area tegmentale ventrale VTA, che proietta le connessioni neuronali verso altre aree implicate in questo processo). Le aree implicate sono: il nucleus accumbens, il corpo striato, la corteccia cingolata anteriore, l’ippocampo, l’amigdala e la corteccia cerebrale.

Caratteristiche fenomenologiche 

Il gioco d’azzardo patologico si configura come un problema caratterizzato da una progressiva perdita di autocontrollo, il quale porta il soggetto ad essere completamente assorbito dal gioco, creando problemi quotidiani che si ripercuotono sulla vita sociale e privata, senso di vuoto interiore, solitudine e insonnia, non meno si correla all’utilizzo di sostanze o uso di alcool.

Il soggetto inizia a dedicare sempre più tempo al gioco, si perde la percezione della situazione, si entra in uno stato di trance simile a quello ipnotico. La voglia di vincere aumenta sempre di più insieme alla quantità di denaro spesa. Così facendo, il gioco assume un ruolo predominante nella vita di una persona, trasformandosi in una vera e propria patologia.

Il Giocatore:

  • È assorbito completamente dal gioco; inizia a vivere una sorta di alienazione, diminuendo i contatti ed i rapporti con la propria famiglia e la vita sociale, mente e corpo sono per lo più orientati a pensieri di gioco.
  • Aumentano le menzogne, nei confronti dei familiari, amici e, non meno a se stesso. Infatti, continuando a raccontarsi che sarà l’ultima volta, nella speranza di una vincita che risolverà i suoi problemi che, ma in realtà non fanno altro che alimentare il problema.
  • Il più delle volte, comincia ad indebitarsi, chiedendo prestiti per scopi mendaci, poiché di fatto il denaro serve per poter continuare a finanziare le giocate.
  • Spesso, si presentano sbalzi d’umore: il giocatore si sente arrabbiato e frustrato sia che perda, sia che vinca, non fa più differenza.

In una condizione così caratterizzata, le relazioni che prima erano parte fondamentale della vita del giocatore, ora vengono completamente trascurate e questo, non fa altro che peggiorare il senso di vuoto e frustrazione del giocatore. La patologia da gioco d’azzardo, in particolare, può essere definita come una patologia crescente: si inizia a giocare sporadicamente, considerandolo una fuga dalla vita reale e dalle frustrazioni quotidiane. Andando avanti, si continua a giocare con più frequenza sino ad assorbire tutta l’intera giornata. Non esistono più contatti esterni, non esiste più famiglia, non c’è più vita sociale: esistono solo il gioco e il giocatore.

Purtroppo, uno dei motivi per cui una persona decide di intraprendere il gioco d’azzardo è proprio la fuga dalla quotidianità, la routine: i fattori stressogeni, derivanti dai vari sistemi relazionali (vita, lavoro, dinamiche sociali e, in alcuni contesti le relazioni familiari, sia del macro gruppo che del micro gruppo). Non di meno importanza, risultano essere fattori di personalità, la ricerca del sensazionale ed evasione, la disponibilità ambientale dei giochi.

In un contesto in cui il giocatore d’azzardo sarà completamente assorbito dal gioco, comincerà a sviluppare progressivamente una serie di sintomi sempre più difficili da gestire e controllare quali frequenti comportamenti irascibilità o contrariamente comportamenti depressivi, inoltre, si manifestano tutti quei fattori di condivisione con le dipendenze da sostanze, come:

  • Abuso
  • Astinenza
  • Tolleranza
  • Craving
  • Comorbidità con disturbi dell’umore
  • Comorbidità con disturbi di personalità
  • Tentativi infruttuosi di interruzione
  • Uso maggiore di quanto programmato
  • Incapacità di gestirne l’uso
  • Scarso insight
  • Distorsione della realtà
  • Difficoltà comunicative
  • Allontanamento e comportamenti inadeguati dal contesto sociale e familiare
  • Perdita del controllo
  • Rifiuto e ostilità delle cure mediche

L’evoluzione  del problema: da svago a patologia

La dipendenza da gioco d’azzardo è suddivisibile in 4 fasi, in ognuna delle quali il giocatore sperimenta sintomi e stati d’animo completamente diversi tra loro:

  1. 1) Fase di vincita: Ci si approccia al gioco quasi per caso, per tentare la fortuna e cercare di vincere. Una volta che le vittorie si susseguono, il giocatore pensa di riuscire a guadagnare soldi facilmente, e investirà tempo e denaro nella sua attività di gioco. La persona, una volta ricevuta la vittoria, si sentirà onnipotente e ricca; si sviluppa la dipendenza dal piacere che il gioco porta, poiché in grado di annientare stati negativi, suscitando solo quelli positivi. Il giocatore si aliena dal contesto sociale e familiare in cui vive, credendosi superiore e onnipotente: la credenza è quella di possedere strumenti “magici” che gli consentono di vincere ogni volta.
  2. 2) Fase della perdita: All’improvviso, le perdite iniziano ad arrivare. Il giocatore inizia a sperimentare quel senso di rabbia e frustrazione per non essere più la persona onnipotente che credeva di essere. E’ proprio la perdita che innesca la dipendenza: perdere porta a giocare di nuovo, il gioco comporta il bisogno di soldi, il bisogno di soldi comporta l’indebitarsi. Una volta riprovata la vincita, però, la fiducia in se stessi ritorna, rimettendo in atto questo meccanismo.
  3. 3) Fase della disperazione: il giocatore sperimenta nervoso, sbalzi d’umore e rabbia poiché gli aiuti finanziari sono sempre più scarsi. Si perde il controllo della situazione e si commettono addirittura azioni illegali pur di tornare a giocare. Nel giocatore resta ancora la fiducia di poter tornare a vincere e tornare ad essere la persona onnipotente che era una volta.

Va sottolineato che le prime fasi sono propedeutiche allo sviluppo della dipendenza, di fatto esistono fasi successive, scelte dal giocatore che vanno incontro a processi di cura e contrasto alla dipendenza.

Il più delle volte, la richiesta di aiuto proviene sempre su consiglio dei familiari ma può capitare che a chiedere aiuto sia il diretto interessato che, a conseguentemente a diverse e incentive perdite economiche, per lo più reiterate nel tempo, si renda effettivamente conto di essere ormai schiavo della dipendenza.

 

Una cura possibile: la terapia breve strategica nella dipendenza da gioco d’azzardo

Cominciando ad orientarci in ottica terapeutica strategica, possiamo dire che, individuare una motivazione unica ed univoca che porta la persona a diventare giocatore d’azzardo, risulta difficile ed improbabile, poiché l’uomo non è una “monade”, ma vive in stretta relazione con l’ambiente che lo circonda e questo fa di lui un sistema aperto che interagisce con quanto è intorno, da cui non si percepisce separato. Quindi è più efficace orientarsi sul come la persona funziona e come mantiene la sua patologia da gioco, in questo caso.  Nell’approccio strategico la visione sistemica della realtà diviene un concetto irrinunciabile.

La diversità dei giocatori d’azzardo patologico, in ordine al sé – stile di vita, agli aspetti sociali, ai tratti psicopatologici e ai patterns di gioco, richiama l’importanza di operare una attenta valutazione iniziale, prima di procedere al trattamento. Al fine di orientare un buon assessment terapeutico, si vuole portare l’attenzione del lettore sulla Terapia Breve Strategica, la quale si configura come un validissimo approccio al problema preso in esame.

Questo approccio, prende forma presso la cosiddetta Scuola di Palo Alto, dove sorge il Mental Research Institute, e nasce dall’incontro di importanti e noti studiosi che, sulla base dei lavori di Milton Hyland Erickson – che mostrava particolare abilità nell’usare stratagemmi semplici per risolvere problemi che invece apparivano complessi -, l’antropologo Gregory Bateson, Jay Haley, Donald deAvila Jackson e Paul Watzlawick, a cui si aggiunge il contributo degli sviluppi costruttivisti e della teoria cibernetica.

L’approccio strategico, lavorando sulle tentate soluzioni che determinano la formazione del problema e ne mantengono la struttura, genera un cambiamento nelle modalità con le quali la persona percepisce la propria realtà individuale e quindi in come la agisce-subisce.

Nel valutare il benessere individuale si discosta dalle teorie psicologiche e psichiatriche classiche, in quanto non si riferisce alla comune classificazione e distinzione tra patologia o normalità fatta attraverso la presenza/assenza di sintomi, bensì rivolge l’attenzione al funzionamento, ossia alla capacità di ognuno di procedere con soddisfazione ed efficacia nelle varie sfere personali.

Altra caratteristica dell’approccio attiene al lavorare nel “hic et nunc” (qui ed ora) del paziente, senza indugiare in complicate indagini del passato, poiché il passato è  impossibile da modificare, mentre è possibile condizionare in maniera differente il futuro partendo dal presente. Inoltre, per ottenere un buon risultato non si trascura l’aspetto relazionale che appartiene ad ogni realtà individuale, ragion per cui il trattamento può coinvolgere il singolo o anche altri membri del sistema di riferimento. La terapia è cucita su misura per ogni singola persona, famiglia e contesto socio-culturale. Come già affermava M. H. Erickson (M. H. Erickson, E. L. Rossi, 1982), ogni individuo possiede caratteristiche uniche ed irripetibili, così come è altrettanto originale la sua interazione con se stesso e con gli altri.

Terapeuta e terapia

Per il terapeuta l’importante compito è quello di valutare il sistema percettivo-reattivo del paziente e di scegliere lo strumento e la direzione dell’intervento che possa cambiarlo.

Il lavoro del terapeuta strategico consiste nel valutare come la persona ha costruito la sua realtà di secondo ordine – ossia come percepisce se stesso anche relativamente all’esperienza del gioco, e come a questa percezione reagisce – e quindi nel modificarla; sia per la valutazione che per imprimere un cambiamento non è necessario, come già accennato, ricercare le cause che hanno determinato il comportamento disfunzionale, quanto piuttosto è importante cogliere le caratteristiche del funzionamento individuale.

Durante gli incontri tesi ad ascoltare il gambler e la sua storia, è importante indagare le “tentate soluzioni” che ha messo in atto fino a quel momento per interrompere il circolo vizioso del gioco; questo chiarisce ancora meglio il funzionamento del paziente e consente di avere una mappa su cui intervenire per modificarlo, oltre ad essere utile  per individuare eventuali punti di forza e debolezza della persona e identificare figure a cui riferirsi per un maggior sostegno alla terapia.

Una volta accertate le modalità con cui il problema persiste e le caratteristiche psichiche del soggetto, si potrà procedere nella direzione di un cambiamento.

Il gambler trova molto difficile smettere di giocare, perché il suo comportamento è rinforzato dal piacere che l’atto stesso di giocare gli fa provare, ciò nonostante, la strategia solitamente tentata è quella dell’astinenza dal gioco. L’imporsi o l’imporre di non giocare altro non fa che creare la tipica tensione emotiva e fisica di chi si astiene da qualcosa che fa stare bene, ed è proprio quella tensione che porta alla ricaduta, in un circolo vizioso in cui più si prova a non giocare e più si monta il desiderio di farlo. È per questa ragione che si è rivelato utile non proibire il gioco ma piuttosto agire sulla pulsione a farlo attraverso una regola che lo renda possibile in una modalità nuova e diversa, ad esempio modificandone i tempi o limitando l’investimento. La nuova regola sortisce l’effetto di ridurre la compulsione del paziente, che privata del suo rituale solito ne esce frustrata.

L’alleanza del terapeuta con il paziente, elemento indispensabile per la buona evoluzione del percorso, è funzionale ad agire sulle resistenze di quest’ultimo e a facilitare l’accettazione di un nuovo modo di gestire le cose, modo che può essere sostenuto anche attraverso la collaborazione di familiari o persone a cui esso si riferisce e che si rendono disponibili a diventare parte attiva del trattamento.

Un altro degli effetti del regolare diversamente il tempo dedicato al gioco è quello di liberare una piccola parte dello spazio che era prima destinato alla compulsione, e di orientarlo a nuove risorse, quali le relazioni sociali, oppure l’investimento in termini di soddisfazione su un fronte differente. Nello scenario grigio del paziente, che era esclusivamente occupato dall’azzardo e dalla speranza di vittoria, cominciano ad aprirsi piccole aperture che lasciano passare finalmente la luce, e che creano lo spazio per qualcosa di nuovo e gratificante.

Inoltre, sempre in questo contesto, la persona sperimenta miglioramenti nella sfera delle relazioni e dei comportamenti, e che questo succede in tempi relativamente brevi, ossia nel giro di poche settimane.

In questa fase, le informazioni relative alle attitudini e alle risorse personali e relazionali del paziente hanno un importante ruolo, poiché è a queste che si attinge per indirizzare il nuovo e migliore funzionamento. Il lavoro di ristrutturazione di tale funzionamento prosegue attraverso il mantenimento dei progressi raggiunti e con la costruzione di equilibri più adatti alla persona.

Per ottenere i risultati che si prefigge, la terapia strategica si avvale di strumenti che si sono rivelati particolarmente efficaci al raggiungimento di cambiamenti in tempi brevi, alcuni tipici dell’approccio, altri condivisi con approcci differenti. Tali strumenti spesso lavorano al di là della consapevolezza del paziente, poiché tengono conto del fatto che ogni persona è ancorata a idee e credenze – quali quelle connesse al gioco – che mantengono il comportamento, e che mettere in discussione le convinzioni del paziente significa attivare le resistenze necessarie a mantenere l’equilibrio del sistema, seppure disfunzionale.

Il cambiamento è la conseguenza di una esperienza emozionale che corregge la lettura della realtà propria del paziente, e del contesto in cui agisce. Tale esperienza può essere concreta,  come quando è frutto di una prescrizione di comportamento, o anche solo emotiva, come succede quando ad esempio il paziente è trattato tramite ipnosi.

Le prescrizioni – dirette, indirette o paradossali – sono ingiunzioni di comportamento che producono un immediato cambiamento nel sistema percettivo-reattivo del paziente in quanto lo accompagnano ad agire in un modo nuovo e più funzionale, e quindi a sentire diversamente quanto agisce. Ma la ristrutturazione di un comportamento passa anche attraverso il dialogo, che se condotto in maniera strategica rende possibile il cambio di rotta nel soggetto, modificandone l’idea che ha del suo problema e quindi il modo in cui lo tratta. L’uso delle metafore, dei paradossi, di parafrasi, aneddoti, dell’ironia e di ogni altro artificio linguistico, aiuta a modificare la cornice all’interno del quale il problema è inscritto e a cambiarne la forma. Questa linguaggio analogico essendo di per sé una particolare forma comunicativa, possiede una grande capacità evocativa e suggestiva e di conseguenza permette l’aggiramento delle resistenze e facilita il movimento nella direzione di un maggiore benessere.

 

Con la Gentile collaborazione di Veronica Pacifici.

Bibliografia

  • Ferrara M.P., Rizzuti A., De Risio A., (2017). Minori e giovani adulti autori di reato. Cap. Dietro le sbarre per gioco. Alpes editori.
  • Verrastro V. (2016). Gambling il trattamento del gioco d’azzardo. In la scatola nera del gioco (Ferrara MP).
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